La saggezza dell’anziano non può essere un discorso disincarnato, come se l’uomo spirituale potesse rinnovarsi di giorno in giorno senza il contributo, che si farà talvolta pesante, del corpo coi suoi sintomi altalenanti e/o cronici, con cui la persona si realizza nel suo percorso terreno e prepara la vita eterna. Anzi proprio il deterioramento fisico farà meditare all’anziano lo sviluppo dei valori eterni, anche se comunque aperti al nuovo, ai segni del tempo, in cui si devono incarnare. Lentamente, ma ineluttabilmente, le energie fisiche, la sensibilità si affievolisce ( vista e udito in particolare ), le funzioni si alterano più o meno gravemente e s’ingenera l’ansia, l’insicurezza, la paura di un domani meno vitale: l’angoscia, la paura della malattia, della vecchiaia e della morte e il loro significato…

 Al declino fisico non corrisponde necessariamente il declino psicologico e spirituale: l’intelligenza, la saggezza, la vita psichica e religiosa in generale, se vengono tenuti svegli da vivi interessi, dagli impegni per la comunità, dall’esercizio di tali funzioni, con la gioia e il desiderio di vivere e di realizzare la propria missione e le proprie aspirazioni ancora inespresse, la saggezza s’incrementa.

 Una delle prime possibilità dell’anziano è quindi credere che ha ancora qualcosa da dire e da fare, che è una risorsa, da realizzare per sé e per gli altri, prima la famiglia e poi per la comunità. Comunque dovrà curare il corpo, prevenendo con diagnosi precoci e visite tempestive, malattie e deficienze, da curarsi possibilmente con medicine naturali, per mantenersi in buona salute, evitando strapazzi ed eccessi, convinto che il corpo è buon servitore dello spirito e che non c’è corpo senz’anima e non c’è anima senza corpo. La saggezza spirituale ritiene che ci dobbiamo impegnare per creare in famiglia e in comunità ( ma anche in società ) l’amore o la felicità, cioè la comprensione reciproca, relazioni affettuose, amicali, sciolte e fluide: l’evoluzione per il paradiso in terra. E’ saggio continuare a coltivare interessi di tipo pratico, intellettuale e spirituale, anche col volontariato, per stimolare il corpo, la mente e lo spirito, attento ai problemi del tempo ( “i segni del tempo” ) per inserirsi in esso, capire, comprendere ed educare le nuove generazioni con gioia, speranza e non sentirsi un sorpassato, una persona finita, che non ha più niente da dire e da fare… In questo discorso sono inseriti anche gli “hobby”, inclinazioni che risvegliano interessi vivi verso attività che l’anziano saggio, protagonista del tempo libero può svolgere con soddisfazione, sia che le abbia potute coltivare da sempre, sia che l’attività lavorativa o professionale gliele abbiano fatte rimandare a tempo più opportuno: letture, musica, pittura, artigianato, giardinaggio, orto, turismo, sport, radio e TV ( non la spazzatura… ).

Molte di queste attività possono essere svolte all’università della terza età, in cui si creano anche nuove amicizie. Finché l’anziano è autosufficiente l’università può soddisfare il bisogno di formazione che lo mantiene vivo, anche fino alla fine della sua esistenza. L’anziano saggio può accettarsi e accettare la nuova stagione della vita come un dono da vivere serenamente, esprimendola, con i suoi limiti e i suoi sintomi, con una visione intrisa di speranza, consapevole che non è mai solo, che c’è una comunità, che c’è una evolutiva provvidenza amorosa che conduce la storia dell’umanità verso il traguardo finale dell’ amore e della verità, grazie anche al suo contributo. In questa consapevolezza nasce quella serena, armoniosa saggezza che l’anziano è chiamato a vivere e a testimoniare.

 La famiglia, in primo luogo, sa, soprattutto se entrambi i genitori sono in carriera magari con orari assurdi, quanto sia preziosa la presenza dei nonni che partecipano alla cura dei nipoti, senza sostituirsi ai genitori nella funzione educativa, senza svalutare il genitore omologo, casomai integrandola con discrezione, col dono della loro affettuosa presenza, che sa pure tenersi nell’ombra e nel silenzio a tempo opportuno. Nel caso di genitori estremamente rigidi e persecutori è saggio parlare loro affinché il metodo educativo diventi più morbido. Dei quattro nonni va valorizzato soprattutto il “nonno omologo”, cioè se il nipote è maschio, il padre del padre, se è femmina la madre della madre, questo perché è la persona più adatta a raccontare la storia delle tre generazioni: è importante che i nipoti conoscano questa storia, sono le radici della loro personalità.I nipoti vanno educati alle relazioni, dopo decenni di educazione individualistica in cui si è creduto che l’individuo “si facesse da solo” e il cui risultato è stato una grande difficoltà a creare rapporti di coppia profondi e capacità di collaborare nel mondo del lavoro.

 Proprio perché l’anziano dona tutta questa saggezza ha il diritto a ricevere affetto, cure, attenzioni dai suoi famigliari: quello che ha dato può riceverlo, se ci sono questioni/nodi non risolti ci si può confrontare in modo adulto affinché vengano risolti e perdonati. Il perdono è il vertice della guarigione, della salvezza e della pacificazione.

 La maturità psicospirituale è espressa vivendo nella fiducia/fede, nella speranza, nella carità/amore: è un processo continuo. L’anziano non va considerato sclerotizzato nelle sue convinzioni più o meno tradizionali, fermo a questo livello: la conversione spirituale come il cambiamento psicologico vanno sempre coltivati, è proprio la rigidità a creare il disagio, è questa che impedisce le relazioni sciolte e fluide con se stessi e con gli altri. I messaggi fondamentali di Gesù sono: “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Siate perfetti come perfetto è il Padre nostro ch’è nei cieli”. Questo cammino/processo verso la perfezione ( che non è perfezionismo che logora il sistema nervoso ) dura tutta la vita ed è svolto insieme agli altri, in famiglia, in comunità, in società: ogni giorno si può crescere nell’amore, che prima di tutto è un “dare amore”, il quale ai vertici della spiritualità è “amore incondizionato”, cioè senza condizioni e senza ritorno…

Assistenza all’anziano: quali responsabilità per i figli?

Quando in una famiglia i genitori diventano anziani e, non di rado, incapaci di badare (anche solo in parte) a se stessi, accade purtroppo spesso che i figli si trovino a litigare riguardo alla loro necessaria assistenza e sostegno economico. Capita allora che anche chi è animato dalle migliori intenzioni, si trovi nella condizione di non saper cosa fare a causa dei rifiuti e delle scuse portate dai fratelli o dagli altri congiunti. A riguardo, è bene subito chiarire che occuparsi delle cure e dell’assistenza di un genitore che, a causa della salute precaria, dell’età avanzata o delle ridotte disponibilità economiche non è in grado di provvedere a se stesso, anche solo parzialmente, non è solo un dovere morale ma anche giuridico. Se, infatti, non esiste una specifica norma che imponga assistenza morale e materiale all’anziano in quanto tale, come contrariamente avviene con riguardo ai doveri reciproci fra coniugi e ai doveri dei genitori verso i figli, è pur vero, tuttavia che la legge disciplina una serie di situazioni alle quali ci si può senz’altro richiamare con specifico riferimento al problema in esame.

Obblighi verso i genitori: cosa prevede la legge

Innanzitutto va chiarito che per legge, fino a quando il figlio convive con la famiglia d’origine egli ha anche l’obbligo:

– di rispettare i genitori

– nonché di contribuire al mantenimento della famiglia in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito. Sbaglia, perciò, chi ritiene naturale, continuando ad abitare con il genitore fino a ben oltre la maggiore età, di dover ricevere da quest’ultimo vitto, alloggio, cure e assistenza, senza che gravino anche su di lui dei precisi doveri morali e materiali.

Gli alimenti (il sostegno economico) agli anziani

Va poi considerato che il soggetto di età avanzata è molto spesso anche una persona che versa in “stato di bisogno” in quanto non dispone di redditi propri o, anche quando ne dispone, questi si rivelano insufficienti per provvedere a tutte quelle necessità di cura e assistenza che si accrescono inevitabilmente in misura proporzionale all’età e all’aggravarsi di eventuali malattie.

Nel soggetto anziano, infatti, come più volte ribadito dalla Cassazione l’incapacità di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento (strettamente legata a quella lavorativa) deve ritenersi implicita e non necessita, quindi, di una specifica prova contraria (che comunque può sempre essere fornita da chi ne abbia interesse). Ricorrendo, dunque, queste condizioni (stato di bisogno e incapacità di autosostentamento) è dovere dei figli (a prescindere dalla convivenza con l’anziano) concorrere nel versare al genitore gli alimenti, ciascuno in proporzione delle proprie condizioni economiche.

Sul tema ci siamo specificamente soffermati nella guida Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli alla quale rinviamo, non senza prima fare alcune importanti precisazioni:

 – per chi non ha i mezzi economici, l’ obbligato può adempiere all’obbligo di versare gli alimenti anche con modalità alternative al corresponsione di una somma di denaro, offrendo al richiedente di ospitarlo e mantenerlo in casa;

 – in mancanza di accordo tra i soggetti obbligati la decisione viene presa dal giudice in proporzione al bisogno del richiedente e alle condizioni economiche di chi dovrà somministrarli: il magistrato potrà anche, in caso di urgente necessità, porre l’obbligazione a carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli altri.

Dunque, ove sorga un contrasto tra fratelli (o altri familiari) in merito ad un adempimento spontaneo, l’interessato potrà rivolgersi al giudice affinché stabilisca le modalità di somministrazione degli alimenti, per la quale non possono ritenersi esentati neppure coloro che per ragioni di lavoro abbiano posto la propria dimora lontano dal soggetto bisognoso (classico il caso del figlio che adduce come motivazione per disinteressarsi del genitore il fatto di vivere in un’altra città). Si tratta questa di una soluzione che non esclude la scelta di affiancare l’anziano alla figura di un amministratore di sostegno, (preferibilmente scelto tra uno dei familiari) affinché – redigendo un periodico rendiconto al giudice tutelare – curi gli interessi dell’anziano che si trovi nell’incapacità, anche solo parziale, di provvedervi.

Le conseguenze penali della mancata assistenza all’anziano

Sotto lo stretto profilo penale, il comportamento dei figli (o di altri familiari) che manchino di prestare all’anziano cure e assistenza configura un’autonoma figura di reato che è quella dell’ abbandono di minori o persone incapaci: esso punisce, infatti, oltre all’ abbandono del minore, anche quello della persona “incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa”.

Per abbandono si intende non solo il fatto di lasciare il soggetto in balia di se stesso ma anche quello di affidarlo, sia pure per breve tempo, a persone che non siano in grado di prendersene cura: si pensi al caso dell’anziano che, per la particolare situazione di salute in cui versa, necessiti di specifiche cure infermieristiche.

La pena prevista per questo reato è quella della reclusione da 6 mesi a cinque anni, ma tale pena è aumentata quando l’abbandono è posto in essere da soggetti particolarmente vicini al soggetto bisognoso, quali il coniuge o i figli.

L’anziano che per l’età avanzata o la malattia sia incapace di provvedere a se stesso è, infatti, equiparabile al minore che venga lasciato solo in casa. Come ha infatti chiarito la Cassazione, la vecchiaia può considerarsi come una causa di incapacità di provvedere a se stessi; per tale motivo essa implica la custodia e la cura dell’ anziano in modo tale che gli siano garantite le misure occorrenti per l’igiene propria e dell’ambiente in cui vive.

Tuttavia, sempre i Supremi giudici hanno spiegato che «ai fini della sussistenza del reato, la presunzione di incapacità non è assoluta in quanto essa non costituisce una condizione patologica bensì fisiologica che deve essere accertata concretamente quale possibile causa di inettitudine fisica o mentale all’adeguato controllo di ordinarie situazioni di pericolo per l’incolumità propria» .

Che succede se è l’anziano a rifiutare l’assistenza?

Non è poi raro il caso che il genitore, proprio in ragione di quella caparbietà che spesso caratterizza le persone più anziane, sia il primo a rifiutare di essere assistito, specie quando – impossibilitati per ragioni di lavoro all’assistenza diretta – i figli siano costretti a delegare un terzo (ad esempio una badante) alle sue cure. Spesso il rifiuto dell’anziano scaturisce dal timore del cambiamento delle proprie abitudini di vita o dall’incapacità di accettare di non essere più in grado di occuparsi da solo di se stesso. In tal caso, sotto il profilo strettamente legale, non viene meno l’obbligo dei figli alla cura e all’assistenza e ciò significa che essi potrebbero ugualmente incorrere in responsabilità specie dove il genitore, lasciato incustodito, si procuri delle lesioni o venga segnalato alle autorità in quanto versi in stato di abbandono. Sotto il profilo strettamente giuridico la soluzione non è da ricercare – ove naturalmente il genitore sia nella piena capacità di intendere e di volere – nel farsi firmare da quest’ultimo una dichiarazione scritta di rifiuto all’assistenza. Tale soluzione, infatti, non sarebbe in grado di mettere i figli a totale riparo da responsabilità atteso che il reato di abbandono di persone incapaci fa riferimento alla condizione oggettiva di incapacità (cioè a quella di non avere le capacità fisiche e/o cognitive per poter far poter far fronte a situazioni di necessità) e non a quella giuridica (ad esempio l’interdizione dichiarata dal giudice). Si tratta, come è evidente, di situazioni delicate ed estremamente difficili da gestire, ma il consiglio, nel primario interesse dell’anziano prima ancora che della famiglia, è quello di non assecondare la sua volontà di totale autonomia, specie dove si sia pienamente consapevoli della sua situazione di non autosufficienza. Una adeguata assistenza, infatti, ha proprio lo scopo di condurre il soggetto bisognoso di cure ad un prolungamento e non ad una limitazione della sua autonomia e occorre puntare a rendere l’anziano consapevole proprio di questo.

Assistenza all’anziano: consigli pratici

Ecco allora di seguito alcuni suggerimenti per coloro che si trovano a scontrarsi da un lato con la necessità di ricorrere ad una forma di assistenza esterna per il genitore e dall’altro col rifiuto di quest’ultimo a farsi aiutare:

 – valutare prioritariamente in famiglia quale possa essere la forma di tutela più giusta per il congiunto, a seconda della gravità del problema (amministrazione di sostegno, interdizione, semplice assistenza domiciliare, ecc.) e verificare se uno dei familiari sia disposto ad assumere l’incarico di sostegno dell’anziano non solo per gestire le ordinarie questioni economiche ma anche quelle dell’assistenza quotidiana;

– informarsi preventivamente su chi possano essere i soggetti e/o le strutture in grado di fornire, nel luogo di residenza dell’anziano, assistenza domiciliare (o ricovero per i casi più gravi), in modo da essere in grado di parlare al familiare più che consapevolmente ed essere in grado di dare risposta ai dubbi che certamente esprimerà;

 – ascoltare e non sminuire le esigenze espresse dall’anziano senza mostrarsi impositivi (ad esempio l’esigenza di essere accompagnato solo per alcuni momenti della giornata);

 – affrontare il problema in momenti di reciproco relax, in modo da essere entrambi aperti al dialogo;

 – cercare di coinvolgere nel problema altri familiari o persone nelle quali il genitore ripone fiducia;

 – spiegare all’anziano che l’assistenza renderebbe da un lato voi più sereni e dall’altro che essa favorirebbe la sua autonomia, in quanto permetterebbe a lui di continuare a fare le cose di prima senza correre rischi di sorta;

 – chiedere all’anziano di rendersi quantomeno disponibile ad un breve periodo di prova: sarà così più facile che comprenda i benefici di avere accanto quotidianamente qualcuno.

 

 

 

Come Comunicare con le Persone più Anziane

Sia che tu vada a far visita a un nonno, oppure che presti assistenza agli anziani, la presenza di patologie legate all’avanzare dell’età può rappresentare un elemento di ostacolo al processo comunicativo. Le malattie come la demenza senile e la perdita dell’udito, insieme agli effetti dei farmaci possono rendere più difficile sia la comunicazione che la comprensione. Nei momenti di scarsa lucidità le interazioni possono diventare fonte di frustrazione e apparente impotenza. Tuttavia ci sono dei sistemi che potresti adottare per facilitare la comunicazione con gli anziani e metterli a proprio agio.

Prendi atto dei problemi di salute della persona. Alcuni anziani sono affetti da disturbi che comportano una serie di difficoltà nel parlare e nel comprendere. Assicurati del suo stato prima d’intraprendere una conversazione. Per esempio potrebbero avere problemi di udito, problemi nel linguaggio e perdita della memoria. Questi fattori rendono la comunicazione più difficile. E ricordati che l’età anagrafica non è sempre un vero indicatore della salute del soggetto.

Valuta il luogo in cui state dialogando. Assicurati di valutare l’ambiente che potrebbe essere di ostacolo alla comunicazione. C’è un rumore di sottofondo che disturba? Ci sono molte persone che parlano nella stessa stanza? C’è della musica fastidiosa? Ci sono delle distrazioni che potrebbero disturbare la comunicazione? Chiedi all’anziano se si sente a proprio agio. Se avverti fastidio, cerca di spostarti in un posto più tranquillo e silenzioso.

Parla chiaramente e stabilisci un contatto visivo. Gli anziani possono soffrire di disturbi dell’udito. È importante articolare e scandire bene le parole. Parla rivolgendoti direttamente al soggetto – non di lato. Non mangiarti le parole: muovi le labbra e pronuncia ciascuna parola attentamente e precisamente. Quando la lingua “balla” all’interno della bocca significa che ti stai esprimendo più chiaramente. Se la lingua “dorme” e gioca un ruolo passivo, è probabile che non stia articolando bene i suoni.

Regola il tono della voce adeguatamente. C’è una differenza tra scandire e parlare ad alta voce. Cerca di adeguare il tono della voce ai bisogni del soggetto. Valuta l’ambiente e quali ripercussioni ha sulle capacità uditive della persona. Non urlare semplicemente perché l’ascoltatore è più vecchio. Tratta l’individuo con rispetto articolando e parlando con un tono di voce che sia adeguato per entrambi.

Formula domande e frasi chiare e precise. Non esitare a ripetere o a riformulare le frasi e le domande se noti che non sono recepite. Le domande e le frasi complesse possono confondere gli anziani che hanno una memoria corta o hanno problemi uditivi. Le frasi chiare e precise sono più facili da assimilare. Usa domande dirette: “Hai mangiato la zuppa per pranzo?”, “Hai mangiato l’insalata per pranzo?” invece di: “Cosa hai mangiato per pranzo?” Più preciso sei nel linguaggio, meno difficoltà l’anziano incontrerà a capirti.

Riduci il superfluo nelle frasi e nelle domande. Limita le frasi e le domande a 20 parole o anche meno. Non usare il gergo o gli intercalari (“bene” e “sai” sono soltanto alcuni esempi). Le tue frasi devono essere concise e dirette al dunque. Evita la sovrapposizione di idee e domande. Cerca di organizzare le idee e le domande in maniera logica. Se metti insieme troppi concetti potresti confondere l’anziano. Esprimi un’idea e un messaggio alla volta. Per esempio, “È una buona idea chiamare Carlo, tuo fratello. Più tardi potremmo chiamare Paola, tua sorella.” Un costrutto più complesso sarebbe: “Penso che dovremmo chiamare tuo fratello, Carlo, prima e più tardi potremmo chiamare tua sorella Paola.”

Se possibile, utilizza degli ausili visivi. Se un anziano ha problemi di udito o di memoria, è importante essere creativi. Gli ausili visivi aiutano. Mostra al soggetto di cosa o di chi stai parlando. Per esempio, potrebbe essere meglio dire, “Hai dolore alla schiena?” – indicando la tua schiena – oppure “Hai dolore allo stomaco?”- indicando il tuo stomaco – invece di chiedere semplicemente “Ti fa male qualcosa?”.

Vai piano, sii paziente e sorridi. Un sorriso sincero dimostra che sei comprensivo. Crea anche un clima amorevole. Ricordati di fare delle pause tra le frasi e le domande. Dai al soggetto l’opportunità di comprendere e assimilare le informazioni e le domande. Questa è una tecnica particolarmente valida se una persona soffre di perdita della memoria. Quando fai una pausa dimostri rispetto e pazienza.

Consigli

Ricordati che il contatto fisico e il calore umano spesso valgono più delle parole.

Prendi in considerazione il retaggio culturale e le tradizioni. Per esempio, in alcune culture, è considerato irriverente stabilire un contatto visivo con le persone più anziane. In tal caso una persona più giovane dovrebbe stare seduta accanto e rivolgere lo sguardo in avanti.

Se l’anziano è d’accordo, potresti consultare un terapista del linguaggio e/o un audiologo. Questi sono professionisti esperti nel campo della diagnostica e della terapia audiologica e dei disturbi del linguaggio.

Ricordati che poche parole che esprimono amore e rispetto significano molto per loro perché a quella età ciò di cui hanno veramente bisogno è amore, attenzioni e rispetto.